
In questi mesi si è sentito spesso parlare, anche attraverso i media, dei processi partecipativi promossi dalla legge toscana sulla partecipazione (es. il processo per la Moschea di Firenze1 o per il pirogassificatore di Castelfranco di Sotto2).
Sui risultati delle esperienze di coinvolgimento dei cittadini attivate grazie ai finanziamenti della L. 69/2007 si trova ampia documentazione sul sito dell’Autorità Regionale per la Partecipazione della Toscana3 ed è stata pubblicata una prima valutazione, redatta dall’Irpet4. I processi partecipativi promossi attraverso la L.69 non sono, però, gli unici esempi esistenti in Toscana, e più in generale in Italia: da diversi anni associazioni, gruppi di cittadini ed enti locali “illuminati” stanno portando avanti percorsi meno noti d’ascolto dei cittadini, che forse non utilizzano procedure e metodologie scientificamente codificate ma che spesso riescono, proprio grazie alla loro spontaneità, a suscitare l’empowerment delle comunità locali e ad avere ricadute positive per lo sviluppo sostenibile dei territori. Una recente ricerca dell’Università di Firenze5 ha raccolto mediante schede descrittive ben 38 esperienze toscane che riguardano il governo del territorio, mentre l’Osservatorio della partecipazione della Regione Emilia Romagna6 ha registrato 243 segnalazioni di percorsi partecipativi attivati negli ultimi quindici anni per lo più da enti pubblici, dei quali il 32% riguardano il territorio e il 21% l’ambiente.
Oltre a numerose pubblicazioni sull’argomento, esistono decine di siti internet e blog che documentano e approfondiscono le esperienze in corso, promossi sia da enti7 o organismi istituzionali8, sia da associazioni9, fondazioni di partecipazione10, reti territoriali11, comitati12, semplici cittadini appassionati del tema13.
Alla promozione di questi percorsi ha dato grande impulso l’Unione Europea: è difficile trovare un programma comunitario in cui non compaiano, con grande rilievo, espressioni come partenariato, coinvolgimento dei cittadini, partecipazione. Così molti professionisti che si sono dovuti occupare di questi programmi, o di processi di Agenda 21, dei PIT (Progetti Integrati Territoriali), dei Contratti di Quartiere, dei Piani Sociali di zona, dei Piani Strategici, di programmi particolari quali Equal, Interreg, Leader, ecc., hanno acquisito una certa famigliarità con le tecniche partecipative. Le esperienze svolte dai tantissimi architetti liberi professionisti14 che hanno fatto dell’approccio partecipativo il loro metodo di lavoro sono però meno conosciute, poiché in Italia esistono pochissimi contatti tra il mondo della professione e il mondo della ricerca, e nelle facoltà universitarie di architettura pochissimi dipartimenti si sono interessati a queste pratiche, formando professionisti capaci di esercitare un ruolo sociale e capacità di advocacy. Così in Italia, anche nella progettazione degli spazi pubblici o delle strutture collettive, la raccolta dei bisogni e dei desideri dei futuri utenti è quasi sempre delegata alle Istituzioni o a figure professionali specializzate.
La separazione tra processo partecipativo e progetto vanifica il senso della partecipazione, che è proprio quello di porre a confronto e far interagire (in modo strutturato e organizzato) le diverse opinioni, e così innescare processi di cambiamento, delle persone prima di tutto e delle posizioni “irrigidite” poi, ma anche della realtà e dell’ambiente che ci circonda. I processi partecipativi che hanno ricadute reali sullo spazio urbano e sull’ambiente sono quelli che appassionano di più i cittadini, poiché sviluppano senso d’identità, cura dei luoghi, rafforzamento dei legami sociali, ma senza la presenza di un progettista rischiano di produrre risultati vaghi o di scarsa qualità, alimentando lo scetticismo nei confronti di questo tipo d’approccio.
Un altro punto delicato è quello dei temi di realizzazione delle opere oggetto di questi percorsi: se per un progettista è umiliante vedere il proprio progetto ridimensionato, svilito o addirittura non realizzato, per i cittadini che hanno dedicato gratuitamente tempo e passione al processo questo diventa intollerabile.
Il non riconoscimento del processo partecipativo come possibile percorso progettuale e, addirittura, la non ammissibilità dei costi della progettazione nella quantificazione del valore complessivo del processo, ha fatto sì che la maggior parte dei processi di riqualificazione urbana partecipata attivati grazie ai fondi della L.69 è, ad oggi, ancora priva di una progettazione esecutiva e di risorse per la realizzazione degli interventi. Questo rischia di deludere la fiducia dei cittadini o, nel migliore dei casi, di rendere queste esperienze solo piacevoli “esercizi di democrazia”.
Per fortuna oggi, nel mondo degli architetti, si sta sviluppando una nuova sensibilità sociale, che forse riuscirà a far diventare queste pratiche parte integrante dell’azione progettuale, una matura “arte della progettazione interattiva” di cui fu precursore, già alla fine degli anni ’50 ed assolutamente contro corrente in un periodo in cui nel mondo imperversava l’International Style, Giancarlo de Carlo, che scriveva: “L’opera di architettura deve migliorare le condizioni materiali dei suoi destinatari, deve essere un supporto al loro bisogno di comunicare rappresentando se stessi”.
5 Partecipazione in Toscana, a cura di G. Paba, A.L. Pecoriello, C. Perrone, F. Rispoli – Collana Territori, Ed. Firenze University Press 2009.
Sede:
Piazza Stazione 1 - 50123 Firenze
Segreteria:
Arch. Graziella Sini
Orari:
Dal Lunedì al Venerdì dalle 9,00 alle 13,00
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