
Il libro di Carlo Cellamare (Fare città, Pratiche urbane e storie di luoghi Elèuthera 2008) è un libro di urbanistica italiana, anche se di urbanistica tratta solo marginalmente.
Il libro infatti parla di vita urbana, della storia recente di un quartiere di Roma, il rione Monti, emblematico di luoghi con tradizioni storiche, e delle trasformazioni che questi luoghi hanno subito e vanno subendo nel contesto attuale. Una vita urbana che si sta perdendo sotto l'influsso della globalizzazione e delle sue conseguenze di dissoluzione dello spazio pubblico. Un luogo a tanti strati, che genera stupore, lo stupore della bellezza a cui ci stiamo disabituando.
Ma nel libro si parla anche di urbanistica, più o meno indirettamente, di una disciplina dai contorni sfilacciati e sempre meno identificabili, che nel tempo ha perso il contatto con la sua parte più sostanziale: gli abitanti della città, la loro storia, la loro vita, le loro relazioni.
Da un punto di vista più disciplinare -se così ha ancora senso parlare- questo libro propone di inserire un'antropologia del contemporaneo alla base di ogni progetto sulla città. È un po' come tornare alle cose stesse: ripartire dal concetto di corpo -inteso come esistenza- che la cultura contemporanea ha progressivamente abbandonato verso una continua astrazione delle funzioni, la parcellizzazione del lavoro, la dittatura totalitaria del frammento, opposta al gioco dialettico delle parti (come scriveva il situazionista Raul Vaneigam nel 1962) e la conseguente perdita di uno spazio simbolico di riferimento.
A volte si ha quasi la sensazione di parlare di banalità di base, del tipo: non si può pensare una città o una sua parte senza fare i conti con chi la deve abitare, un principio questo che si dovrebbe applicare a tutte le scale ma che viene costantemente dimenticato.
Urbanistica dunque come studio della città che parta da una visione totale dell’uomo come corpo/esistenza, come necessità di una nuova umanizzazione del progetto, come relazione fra città di pietra e città vissuta (citando appunto Cellamare), come nuova ricerca fenomenologica sull'abitare.
Abitare allora è identificare un luogo dove il corpo possa sentirsi a casa, dove riconoscersi all'interno di un' esperienza di relazione con il mondo, sentirsi presenti in un luogo che non è indifferente. È la rivalutazione di quello che l’Autore chiama il punto di vista della vita quotidiana, una relazione diretta e conflittuale fra spazio e tipo di vita che lì si può condurre.
“I luoghi -scrive Cellamare- sono carichi di senso, esito di conflitti e di forme di appropriazione, di valori simbolici e portatori di una significativa attività progettuale latente”. Viene riletta così la relazione che esiste fra luoghi, spazi fisici, con la presenza a volte sotterranea degli elementi che definiscono le geografie urbane (acque, luce, prospettive, grana degli edifici), e la vita che al loro interno si può condurre, un'intimità avvolgente che struttura la nostra quotidianità e di cui spesso non siamo consapevoli.
Un libro di urbanistica dunque perché ricerca e sottolinea le capacità progettuali più o meno consapevoli in ogni gesto della nostra vita quotidiana nella città.
Un libro di urbanistica diverso dagli altri perché scritto con un linguaggio chiaro e partecipato; altra caratteristica venuta a mancare come mattone fondamentale per la realizzazione di pratiche efficaci di comunicazione e di progetto.
Ma il libro contiene altri pregi, altre peculiarità:
- il tentativo di sistematizzare il senso e il valore delle pratiche che hanno luogo nelle città e che chiamerei, più genericamente, pratiche dell'abitare.
- l'intenzione di recuperare uno sguardo complesso sulle cose senza scadere nella nostalgia del passato ma nella consapevolezza critica del presente;
- un punto di vista interno, partecipato, di chi sa che un luogo si conosce solo col tempo e con la dedizione. Si tratta in questo caso di un atteggiamento metodologico che usa l'affettività come tramite di percezione, comunicazione e formazione di valori e suggerisce un atteggiamento che non sia solo quello del sorvolo - il controllo a distanza delle cose - ma quello dell'avvolgimento, di chi è dentro le cose e agisce consapevole di essere parte di esse.
- infine il pregio di non dare niente per scontato e di cercare una visione che contenga al suo interno anche gli aspetti critici, realistici e spesso non edificanti o anacronistici di un'esperienza urbana, per comprendere le strade verso le quali possiamo concretamente indirizzarci.
Molti sono dunque stimoli ed è impossibile in breve spazio rendere conto di tutte le suggestioni che il libro propone. Ci sono tuttavia alcune parole che intessono la sua trama con un peso particolare e che meritano una minima riflessione.
Sono le parole appropriazione, sacro e partecipazione.
Appropriazione
appropriarsi: fare proprio ciò che è di altri
Ci si riferisce a risorse collettive, spazi e beni comuni di cui alcuni privati si appropriano per vantaggio economico, più o meno legalizzato. Ma anche al meccanismo degli sfratti e delle cartolarizzazioni e di tutte quelle azioni -spesso sostenute dalle Istituzioni- che vanno nella direzione della mercificazione dei luoghi che vengono sottratti agli abitanti in vari modi e a varie scale, dalla sostituzione di funzioni urbane tipiche, all'invasione dei tavolini. Ma questo termine esprime anche lo scarso rispetto delle forme più elementari di convivenza e di senso civico (le recinzioni, gli abusi di vario tipo, la costruzione selvaggia di impianti di condizionamento, ecc...) il trattare la città come uno spazio privato, ad uso e consumo personale. Conseguenza immediata: riduzione o perdita della stratificazione del vissuto urbano, delle interazioni, della costruzione collettiva di significati, delle pratiche dell'abitare che attribuiscono valore ai luoghi e sostanziano l'immaginario urbano.
Appropriazione è un termine complesso che contiene e coinvolge a sua volta l’ elaborazione di altri concetti come quelli di bene comune -l’espressione di una costruzione materiale e culturale condivisa- di legalità -norme che spesso non nascono da esigenze reali e non hanno radicamentoe di conflitto - materiale, politico e simbolico, connaturato all’idea di città in quanto sede di un processo aperto verso il miglioramento delle condizioni di vita.
Sacro, come perdita della sacralità dei luoghi
Questo termine, come usato dall’Autore, esprime un altro nodo di carattere antropologico, in relazione alla costruzione collettiva di significati, e serve a rappresentare la crescente difficoltà del rapporto fra abitanti e luoghi di vita.
Il dominio del sacro è una produzione culturale e storica, è l'insieme dei valori, delle pratiche e delle convinzioni che l'uomo utilizza per conferire senso e valore all'esperienza. Scrive Marcello Massenzio: pensate al sacro come a un qualcosa che può essere immaginato come un deposito di valori, che danno senso all’ esistenza collettiva...Se vogliamo pensare al sacro e alle sue manifestazioni oggettive dobbiamo pensare ai miti, ai riti e ai simboli come a qualcosa che esprime, nel suo insieme, quel famoso sistema di valori collettivi, che è alla base della esistenza delle varie comunità. È impossibile vivere culturalmente senza avere dei valori, socialmente condivisi, che diano senso all'esistere...
La perdita del sacro di cui ci parla Cellamare testimonia la perdita dei valori locali, la difficoltà della rielaborazione collettiva, la liquidità disgregante nei confronti della comunità e del suo rapporto con lo spazio. In breve la sparizione dello spazio pubblico e la crisi di un legame privilegiato col territorio, la difficoltà di un concetto condiviso di città e della definizione di un possibile senso del vissuto urbano.
Partecipazione
All’interno del dibattito sulla democrazia la partecipazione è la risposta ai conflitti generati da contraddizioni e pressioni sociali e da politiche urbane istituzionali con scarso riguardo al vivere quotidiano della città.
I processi partecipativi hanno la finalità di ricostituire uno spazio pubblico e di combattere un processo di espropriazione della capacità progettuale diffusa. Aggiungerei anche di strumento di crescita civile della popolazione tramite il coinvolgimento e l’invito al dialogo.
Questi processi tuttavia non sono esenti da ambiguità e contraddizioni di cui Cellamare sottolinea la problematicità per concludere che allo stato attuale “partecipare è considerato un lusso”, per chi ha tempo da dedicarvi, a volte solo un piacevole esercizio di democrazia, spesso un’esperienza di frustrazione.
Il tema è in realtà assai complesso: occorre tener conto della giusta scala operativa, e cercare strumenti qualitativi per recuperare elementi di valore nell’esperienza urbana dei cittadini e per la restituzione di un discorso collettivo.
Questioni di metodologia riguardano il problema più generale della comunicazione, e della modalità di lettura e di rappresentazione dei luoghi e dei loro significati. A questo riguardo scrive il geografo G. Torricelli: iI territorio non esiste senza una rappresentazione condivisa. La rappresentazione condivisa esprime infatti una concezione, un ordine mentale e sociale e si pone quindi alla base di ogni percorso partecipativo. In quali forme si può descrivere l'idea collettiva di un luogo? E poi la città, fra nostalgia della memoria e complessità, come può essere ancora rappresentabile? In assenza della figura di un esperto come può avvenire il racconto collettivo?
Chi lo restituisce?
Sarebbe interessante discutere la possibilità di altre modalità partecipative fuori da quella conflittuale, in relazione a specifici progetti e se e come possa essere definito un ruolo positivo di un progettista all’interno di questi processi.
Infine, accanto ad un argomento prevalentemente sociologico e antropologico dobbiamo ricordare il peso della variabile spaziale e della materia dell’architettura nel discorso urbano, in quanto portatrici di valori, di significati e di narrazioni. La luce, le proporzioni, le sequenze, il rapporto col corpo, le viste sono altrettanti elementi educativi di cui avere consapevolezza. Uno spazio infatti propone un modello di vita e di fruizione ed ha una funzione educativa ai valori e alle percezioni.
Scrive Hillman: “[...] Passeggiare accanto a un edificio maldisegnato, vedersi servire del cibo preparato in modo sciatto e accettarlo, indossare una giacca tagliata e cucita male per non parlare del non sentire gli uccelli, del non accorgersi del crepudcolo...tutto questa significa ignorare il mondo. Eppure questo stato di ignoranza, questa an-estesia è in larga misura la condizione umana attuale. Ed è sostenuta e favorita dalla nostra economia, dal nostro modo di impiegare il tempo libero, dall’uso che facciamo dei nostri mezzi di comunicazione...dal nostro modo di curarci...Questa anestesia...ho il sospetto che favorisca la passività politica del cittadino...e quindi aiuti i poteri dominanti a proseguire senza impedimenti sulla loro rotta rovinosa [...] se i popoli si accorgessero del loro bisogno di bellezza, scoppierebbe la rivoluzione” (citato da Roberta de Monticelli ne: La questione civile, Cortina 2011).
Giannantonio Vannetti Aprile 2012
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